bla-bla :: [a parte] Fake news e il (dis)ordine del discorso

Una premessa sulla quale penso che tutti possiamo concordare è che qualsiasi discorso necessita di vincoli, delimitazioni e paradigmi non solo per risultare intellegibile, ma proprio per venire in esistenza.
Argomentando dalla lezione inaugurale di Foucault al Collège de France, il discorso non è se non nel suo ordine. Ordine che si struttura in virtù di una serie di partizioni o procedure di esclusione (cc.dd. partage), la più rilevante delle quali, al nostro fine, è l'opposizione del vero e del falso. Solo l'affermazione vera può costituire un elemento del discorso, mentre quella falsa ne è espunta.
Si potrebbe discutere se l'opposizione del vero e del falso operi come dispositivo universale, necessario, aprioristico o al contrario rappresenti uno strumento relativo, arbitrario, storicamente sormontabile.
Accede alla prima ipotesi chi ritiene che solo la rispondenza al vero di un determinato enunciato consenta la formazione di una libera opinione in capo al destinatario del discorso, che sulla base della stessa potrà quindi orientare le proprie scelte razionali. Tale ricostruzione si ritrova nella rappresentazione della DIKW Pyramid, laddove i raw data difettosi dalla base potrebbero arrivare a inficiare il vertice (wisdom), un po' come granelli di sabbia all'apparenza insignificanti che si introducono nelle ruote dentate di un macchinario, provocandone il malfunzionamento e quindi l'arresto.


Quello di cui ci si lamenta è da un lato la crisi dei vecchi filtri di controllo che selezionavano i dati grezzi per processare un'informazione ponderata e socialmente autorevole (giornali, partiti politici, organi di comunicazione istituzionale), dall'altro il sovraccarico (data overload) di notizie, commenti e opinioni così numerosi e vicendevolmente interconnessi da non risultare verificabili in tempo utile - ossia non verificabili tout court.
Di fronte a questo problema sono state prospettate due soluzioni. Una è quella del laissez-faire cognitivo, secondo la quale le fake news potrebbero circolare liberamente, in quanto sarebbero destinate a essere escluse naturaliter dai destinatari del discorso, che le preferirebbero i dati verificati e comprovati ex post. Il mercato delle informazioni, al pari di quello dei beni e servizi, troverebbe da sé il modo per autoregolamentarsi.
Un'altra prospettiva è quella di impronta dirigista, che a fronte di determinati fenomeni anche abbastanza eterogenei (supposta insorgenza dei populismi, Brexit, Trump etc.) ritiene che dovrebbero essere attivati correttivi soprattutto per quelle fasce di popolazione che grazie a internet si trovano esposte a un flusso di dati che eccede la loro capacità di discernimento. A riprova della necessità di ulteriori e robusti vincoli con cui presidiare i confini del discorso si indicano solitamente i tentativi che sarebbero stati posti da potenze estere e illiberali, interessate a sfruttare il marasma per falsare i processi di decisione democratica.

Questi i punti salienti del dibattito, che più o meno si ritrovano sviscerati anche in questo thread.
Si potrebbe però obiettare che, in disparte dalle note osservazione nicciane di tema di volontà di verità, successivamente riprese da Artaud e dallo stesso Foucault, l'opposizione del vero e del falso non costituisce una costruzione del discorso imprescindibile e tantomeno neutrale.
Prova ne è che nel discorso sacrale, e ancora adesso in quello performativo, l'enunciato non viene considerato vero in quanto corrispondente a una determinata realtà fenomenica.
il discorso vero per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava pur sottomettersi, era il discorso pronunciato da chi di diritto, e secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia e attribuiva a ciascuno la sua parte; era il discorso che, profetizzando il futuro, non solo annunziava quel che stava per accadere, ma contribuiva alla sua realizzazione, comportava l’adesione degli uomini e si tramava cosí col destino.

Si potrebbe giustamente obiettare che le fake news non rappresentano un esempio di discorso sacrale o performativo, e che al contrario aspirano a operare sullo stesso piano delle notizie vere e proprie, similmente a monete contraffatte che risultano tanto più efficaci quanto più imitino il conio legale.
Tuttavia la notizia fallace adempie alla funzione di confermare una discrepanza eccentrica rispetto a quella che viene di volta in volta percepita come realtà ufficiale, abbattendo uno dei vari partage che separano il discorso condiviso da territori alieni e inesplorati, dove gli ebrei complottano per instaurare un nuovo ordine mondiale e negri dalle fattezze di attori di hollywood vengono pasciuti a spese del contribuente.
Di fronte alla portata rivoluzionaria (o reazionaria, se preferite), delle fake news, il controllo fattuale non rappresenta più un argomento efficace: il confronto arriva a investire i dispositivi che sorreggono e danno forma al discorso, e la maschera della loro neutralità è lesta a cadere.
I complotti giudaici e gli stravizi degli immigrati vengono sì espunti dai canali di comunicazione, ma secondo schemi differenti da quelli dell'opposizione del vero e del falso: sono considerati argomenti folli o sconvenienti, un po' come parlare di mestruazioni durante un pranzo di lavoro. Non di rado, di fronte a queste istanze, giudicate moralmente riprovevoli, si sollecitano rimedi giuridici, come il reato di incitamento all'odio razziale.
Si scopre così che il discorso non è dotato, in realtà, di un ordine logico e necessario, ma il suo oggetto rimane quantomai relativo e instabile, in quanto determinato dall'incessante bellum omnium contra omnes disputato non fra punti di vista disinteressati, ma tra veri e propri punti di attacco valoriali che mirano a escludere e sopprimere gli altri. Il criterio ordinatore non è la ragione, ma la forza.
L'espressione "punto di attacco" svela la potenziale aggressività immanente a ogni posizione di valori. Espressioni come "punto di osservazione" o "punto di vista" sono fuorvianti e danno l'impressione di un relativismo, un relazionismo e un prospettivismo apparentemente illimitati, e con ciò di altrettanta tolleranza, legata a una sostanziale, benevola neutralità. Ma non appena si è consapevoli del fatto che qui sono in gioco anche punti di attacco, le illusioni neutralistiche cadono. Si può provare a stemperare l'espressione "punto di attacco" reinterpretandola come semplice "punto di partenza". Così si attenuerebbe però solo la sgradevole impressione, ma non l'immanente aggressività. Questa rimane il "fatale rovescio" dei valori. (Cfr.)


In questa prospettiva, la notizia volontariamente fallace opera alla stessa maniera della minaccia terroristica, che difficilmente riesce nell'obiettivo dichiarato di sovvertire le istituzioni dominanti, eppure ha successo nel costringere le stesse all'impiego della repressione, della costrizione, dell'annichilimento.
Crollano così i dispositivi mimetici elaborati nel corso del tempo, e viene rivelata la insopprimibile violenza che si annida tra le fondamenta di ogni ordine umano, incluso l'ordine del discorso.


Svegliatemi per l'apokatastasis

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